20 ottobre 2018
Aggiornato 08:00

Olimpiadi 10 anni dopo. Storia di un debito infinito e del Villaggio Olimpico rifugio dei rifugiati

Mentre Torino si appresta a festeggiare il decennale del grande evento che l'ha cambiata per sempre, elevandola indiscutibilmente a città dal grande appeal, il debito è schizzato alle stelle e l'ex Villaggio Olimpico è diventato una città dentro la città, tra troppi rifugiati e pochissime speranze
L'ex Villaggio Olimpico rifugio dei rifugiati, 10 anni dopo le Olimpiadi
L'ex Villaggio Olimpico rifugio dei rifugiati, 10 anni dopo le Olimpiadi ()

TORINO - Dieci anni dalle Olimpiadi. L'evento che ha reso grande Torino davanti agli occhi del mondo. L'evento che ha le fatto cambiare pelle. L'evento che, rovescio della medaglia, l'ha trascinata in un baratro fatto di debiti stellari e compromessi scomodi. In questi giorni si sente aria di festa da queste parti. Ma la Torino post-olimpica è, anche, la Torino degli sprechi, la Torino «senza bussola urbanistica che vara più di 300 varianti al proprio piano regolatore», la Torino dei grattacieli di Piano e Fuksas, che vogliono competere in altezza con la Mole Antonelliana, la Torino che «elimina il proprio passato industriale (le Officine Grandi Motori e la Diatto per citarne alcune) e vuole snaturare i propri palazzi storici (la Cavallerizza Reale), la Torino dei poveri, dei senza tetto, degli sfrattati e degli immigrati, la Torino del consumo di suolo e degli innumerevoli non-luoghi definiti 'centri commerciali', la Torino che non è più industriale e che non si sa ancora cosa sia». Le frasi tra virgolette sono contenute in un illuminante libro, «Torino oltre le apparenze» (Arianna editrice), scritto a più mani riunite sotto un unico autore, Associazione Pro Natura Torino. Un testo importante, che – qualunque sia l'opinione che abbiamo in merito a questa Renaissance all'ombra della Mole – sarebbe utile leggere.

Torino è la città più indebitata d'Italia
Torino è la città più indebitata d'Italia: 3 miliardi di euro. E se è vero che il centro è diventato uno splendore e le periferie (alcune) tentano con vigore una qualunque via di fuga dall'anonimato e dal degrado (Aurora e Barriera docet), è pur vero che le tasche dei torinesi a causa di quel debito sono più leggere. Molto più leggere. Debito a parte – che pure è imprescindibile per capire dove stiamo andando – oggi delle Olimpiadi cosa resta? Una città molto più bella di prima, sicuramente. Gli impianti sportivi abbandonati, pure. Ma anche un pezzo di città semi-sconosciuta, dentro la città. Qualche settimana fa Al Jazeera ha realizzato un bellissimo réportage sul vecchio Villaggio Olimpico. Oggi, lì puoi trovare di tutto: parrucchieri dai mille intrecci in testa, ragazzini che ballano hip-hop e R&B, qualche ambulante improvvisato che ti propina scarpe usate, senegalesi che ti cucinano il thiebou dien, il riso con verdure e pesce tipico di Dakar e dintorni. C'è pure qualche donna che vende lattine di birra gelosamente custodite in un vecchio frigo arrugginito. Un euro appena. Poco più in là, una stanza grande è stata adibita a uso pc. Materassi mezzi andati un po' dappertutto, odori nauseabondi, un freddo cane. Nei seminterrati gli uomini raccolgono scarti di metallo per rivenderli. Chissà poi se qualcuno li compra davvero...

Nel 2003 i primi rifugiati
Questo è il piano terra di uno dei tanti edifici realizzati nel «quartiere olimpico»: qui nel 2006, per 17 giorni, Torino ospitò atleti provenienti da tutte le parti del mondo. Appena terminati i Giochi, il Villaggio si svuotò. Per sette anni tutto è rimasto abbandonato. Poi, nel 2003, sono arrivati i primi rifugiati africani. Hanno occupato tutto, dal primo all'ultimo piano. Oggi, ci vivono soprattutto uomini, donne e bambini scappati in massa dall'inferno libico. Sono sbarcati a Lampedusa nel 2011 con quella che è stata definita «la prima ondata della più grande migrazione umana dalla Seconda Guerra Mondiale». Un fenomeno che ha modificato radicalmente il «Villaggio», globale.

800 profughi di 56 nazionalità diverse
Stando ai dati diffusi dal Comitato Solidarietà Rifugiati e Migranti, oggi nell'ex Villaggio Olimpico vivono circa 800 persone di 56 nazionalità diverse. Per altri il numero salirebbe persino a 1100. La maggior parte sono giovani. Tra loro anche 30 bambini. Un sovraffollamento disumano, pericoloso, anche per le carenze infrastrutturali che diversi ingegneri hanno denunciato più e più volte. Quasi nessuno ne parla in città, ma l’ex-Moi si regge su un equilibrio delicatissimo che ha finora evitato che centinaia di profughi si riversassero nelle strade di Torino. Il rischio di una rivolta violenta, soprattutto se il Comune decidesse lo sgombero, è drammaticamente reale.

Un esperimento di autogoverno, che poggia su equilibri delicatissimi
Lì è in atto un vero e proprio «esperimento di autogoverno», come racconta Al Jazeera. Le decisioni importanti vengono prese in assemblee dei residenti. Quando c'è stato il problema che alcuni bevevano troppo e alzavano così la voce da diventare molesti è stato deciso per esempio di vietare la vendita di alcolici dopo le 23.30, di vendere solo lattine per evitare vetri rotti e di non mettere musica dopo mezzanotte. Si trova anche qualche italiano, quelli del Comitato e altri, che cercano di dare un mano: forniscono servizi utili, come lezioni di italiano, forniture mediche di base e consulenza legale. Questo, oggi, è un pezzo importante del retaggio che le Olimpiadi hanno lasciato a questa città. Esistenze in bilico. Il prezzo di quello che ci ostiniamo a chiamare futuro.