24 giugno 2017
Aggiornato 10:30
Storie di Torino

La «Strage di Torino», quei due giorni del 1864 che segnarono la storia della città

Tra piazza Castello e piazza San Carlo persero la vita 52 torinesi scesi in strada per protestare contro la decisione di trasferire la Capitale da Torino a Firenze. A sparare alla folla furono le forze dell’ordine e gli allievi carabinieri

Stampa che raffigura il massacro di piazza San Carlo (© )

TORINO - Nella storia della città di Torino c’è una data - due giorni a dir la verità - che viene ricordata come quella della «strage di Torino». Il 21 e 22 settembre 1864 le proteste pacifiche, ma ferme, dei cittadini per lo spostamento della Capitale d’Italia dal capoluogo piemontese a Firenze finirono con la morte di 52 persone e il ferimento di almeno altre 133. Un bilancio tragico che ha segnato un’epoca e che fece perdere a Torino ministeri, ambasciate, corti, tanto denaro pubblico e soprattutto la luce dei riflettori di cui godeva fino a quel momento da dopo l’unificazione d’Italia. Quei due giorni oggi sono ricordati anche come la «strage impunita» perché nessuno venne condannato per quel che successe tra piazza Castello e piazza San Carlo, nonostante molti politici piemontesi dell’epoca provarono a far luce su un comportamento di polizia e allievi carabinieri molto discutibile e assolutamente violento.

Le proteste per lo spostamento della Capitale
Oggi forse in pochi lo sanno, ma all’epoca tutti ne erano consci. La Capitale d’Italia sarebbe dovuta essere Torino solo temporaneamente: già Camillo Benso conte di Cavour prima di morire lo aveva fatto presente perché si trattava di una città troppo isolata e troppo legata alla vecchia Corte e ai suoi funzionari. Il futuro era Roma. Dopo tre anni però, era il 15 settembre, le parole si trasformarono in fatti sotto il Governo di Marco Minghetti (1818-1886) con la firma di una Convenzione con la quale i francesi, che all’epoca occupavano Roma, si impegnavano a ritirare le truppe a fronte di una protezione dello Stato Pontificio da parte dell’Italia. Nello stesso documento si specificava che la Capitale sarebbe stata trasferita a Firenze, cosa che non piacque affatto ai torinesi che decisero di scendere in piazza per protestare. Il 21 settembre 1864 i primi contestatori della decisione del Governo si ritrovarono in piazza Castello di fronte alla Questura. Alle 19.30 l’esercito ebbe l’ordine di disperdere la folla usando le baionette con cui venne ferito un ragazzo. Contemporaneamente in via Roma un secondo folto gruppo, tamburo e bandiera tricolore in mano, cercò di avvicinarsi alla piazza e per impedirlo gli allievi carabinieri aprirono il fuoco, spinti, sembra, da un colpo di fucile proveniente da Via Po che si trovava alle loro spalle. Prima che giungesse la notte morirono 16 persone e ne rimasero ferite 47.

Il 22 settembre la strage in piazza San Carlo
Il giorno dopo fu peggio del primo. Nacque una nuova protesta, non solo per lo spostamento della Capitale, ma anche e soprattutto per ciò che successe la sera prima. A Torino arrivarono anche gli uomini della Guardia Nazionale e nella confusione più totale, unita a errori di comunicazioni tra forze militari e forze dell’ordine, venne aperto nuovamente il fuoco. A rimetterci furono decine di torinesi: 23 morirono in piazza San Carlo, 13 nei luoghi di primo soccorso, nelle farmacie di via Roma, di via Santa Teresa e negli ospedali cittadini. Tanti altri, oltre cento, rimasero feriti.

Il post strage: insabbiata la verità
Non poteva passare inosservata quella strage e per giustificarla il Ministero dell’Interno disse che si era trattata di legittima difesa per la violenza con cui i manifestanti protestarono. Parole che non convinsero, tanto che il Consiglio comunale di Torino avviò un’indagine amministrativa che anticipò di poco quella parlamentare voluta da alcuni deputati piemontesi. Il risultato di entrambe fu univoco e dava al Governo la responsabilità per ciò che avvenne in quei due tragici giorni di fine settembre. La Camera provò a discutere della questione ma ben presto passò in secondo piano con la volontà di molti parlamentari di non procedere con l’approfondimento. Stessa decisione venne presa dalla magistratura. Oggi quei due giorni sono ricordati come la «strage di Torino impunita» e in piazza San Carlo, ai piedi del monumento Caval ëd Bronz, sono ancora visibili i segni delle pallottole dell’eccidio.