27 maggio 2020
Aggiornato 02:30
Storie di Torino

La vera storia di Gianduja, da simbolo del Risorgimento a maschera di Carnevale

In tempo di Carnevale i torinesi vedono spuntare ovunque il volto bonario di Gianduja, non tutti però lo conoscono sotto la veste di personaggio simbolo della lotta risorgimentale

TORINO - Se si parla di Gianduja la prima immagine che salta alla mente è quella della goliardica maschera di Carnevale: un uomo paffuto, indaffarato tra vino, dolciumi e bagordi. Ma oltre a questo c'è di più. La vera storia di Gianduja infatti affonda le sue radici quasi due secoli or sono e raccoglie dentro di sé l'autentico spirito risorgimentale di matrice piemontese. 

Gianduja tra politica e teatro 
E' il 25 novembre del 1808 quando Gianduja debutta in veste di burattino a Torino in un piccolo locale della allora via Doragrossa (oggi via Garibaldi) con una commedia dal titolo "Gli anelli magici, ovverossia Le 99 disgrazie di Gianduja». Il successo fu immediato e il pubblico sabaudo ebbe, per la prima volta, la possibilità di conoscere quella che sarebbe diventata la maschera torinese per antonomasia. Non passò però molto tempo prima che Gianduja migrasse dai teatri per burattini alle pagine politiche dei giornali. D'altronde, si sa, la comicità ben si sposa con la politica e, anche per questo, Gianduja divenne il portavoce di alcuni arguti illustratori dell'epoca quali Redenti, Teja, Virginio, Dalsani, Siila, Gonin... Si pensi inoltre all'importanza che il personaggio ebbe nella prosa, dove, interpretato sulla scena a metà dell'800 da Giovanni Toselli, contribuì in modo fondamentale alla nascita del teatro piemontese.
 
Il papà di Gianduja: Gian Battista Sales
Pare che la paternità del burattino Gianduja debba attribuirsi all'ingegno del torinese Giovan Battista Sales. Il giovane, allievo probabilmente del famoso burattinaio dell'epoca Umberto Biancamano (meglio conosciuto come Giòanin d'ij osci), dovette lasciare Torino, poichè la scena artistica del capoluogo sabaudo era già completamente occupata dal talento del suo maestro. Sales dunque si mise in affari con Gioacchino Bellone, burattinaio di Racconigi e, con questo, si trasferì a Genova agli inizi dell'800. Qui i due fecero da subito parlare di sé. Muovendo un burattino di nome Gerolamo in una città dove il doge si chiamava proprio Gerolamo Durazzo d'altronde, il successo non poteva che essere assicurato. Volendo tuttavia evitare di attirare le attenzioni delle istituzioni francesi dell'epoca, i due uomini decisero di cambiare il nome del loro protagonista. E' in questo modo che Gerolamo divenne Gianduja. Come si evince da quanto narrato fin qui, il ruolo di questo personaggio è, fin dai suoi esordi, quello del disturbatore, un portavoce sagace del malcontento popolare che poco aveva da spartire con il Carnevale.

Gianduja portavoce del popolo 
Dopo il periodo genovese, ritroviamo Sales e Bellone in alcuni centri minori del Piemonte:  a Luserna della Torre precisamente, si colloca il più antico documento in cui figura il personaggio di Gianduja. Si tratterebbe di un copione per burattini datato 1804, dal titolo "La malvagia Contatrice in Londrala». Tuttavia, rientrati a Torino nel 1807 Sales e Bellone, ormai padroni incontrastati della scena teatrale, scelsero prudentemente di tornare al nome di Gerolamo. Perchè? I due, oculati imprenditori, pensarono, così facendo, di poter cavalcare l'onda del successo del maestro Giòanin d'ij osei, il cui burattino si chiamava appunto Gerolamo e la cui memoria era ancora viva tra gli spettatori locali. Il rinato Gerolamo tuttavia ebbe vita breve. Quando infatti il fratello di Napoleone, Gerolamo, fu incoronato re di Vestfalia, il burattino tornò in conflitto con le istituzioni. A seguito poi della messa in scena della tragedia dal titolo "Artabano I, ovverossia II tiranno del mondo" (in cui Gerolamo diviene re per caso), pare che la polizia intervenne e che i due burattinai si dettero alla fuga. A dar loro asilo, nella loro dimora di Callianetto, fu la potente famiglia dei De Rolandis di Castell'Alfero, amici e parenti dei conti Amico di Torino. La presenza dei due presso la casa appare infatti documentata da un'annotazione del diario della famiglia, in cui è registrata la notizia dell'arrivo di un burattinaio "venuto per portare un'ora dall'allegria». Presso i De Rolandis, il personaggio di Gianduja assorbì tutto il patrimonio di valori unitari di cui questi si facevano promotori. Si pensi che Giovanni Battista De Rolandis nel 1794 ideò, insieme ad altri, la coccarda tricolore antenata della bandiera italiana, che figurerà sul tricorno di Gianduja poco dopo.

Da simbolo del Risorgimento a maschera carnevalesca
Appena dopo l'unità d'Italia Gianduja diventa l'emblema del Carnevale. Cos'è successo? L'immagine del burattino è legata a filo doppio alla storia di Torino, perciò nel momento in cui la città perse il ruolo di capitale d'Italia, anche il personaggio ne venne di conseguenza ridimensionato. Il simbolo della lotta risorgimentale lasciò il posto all'uomo di vino e dolciumi. Gianduja perse così tutta la carica di satira politica che lo aveva contraddistinto, vuoi come Gerolamo o vuoi con il suo nome tradizionale, fin dalle origini. La sua figura tuttavia sopravvisse anche alla morte del genitore Sales e passò tra le file della più svariate compagnie teatrali. Dai Lupi, considerati la maggiore impresa teatrale di marionette dell'epoca, ai Niemen, burattini girovaghi, il personaggio di Gianduja non lasciò mai la scena torinese, mantenendo viva una tradizione plurisecolare.