14 ottobre 2019
Aggiornato 14:30
Testimonianza diretta

Notte di terrore in piazza San Carlo: «Sangue, grida e scarpe, scarpe ovunque»

Doveva essere una serata come tante e invece si è trasformata in un incubo condiviso. Un fatto banale è bastato a scatenare la psicosi collettiva e la folla di tifosi radunata in piazza San Carlo per vedere la finale di Champions League ha iniziato una corsa disperata per salvarsi la vita da un nemico invisibile. Questa sera, a Torino, ha vinto la paura

TORINO - Torno a casa dopo essere stata a vedere la finale di Champions in piazza San Carlo e non so neppure chi ha vinto. Non che mi importi, ben inteso, ma non lo so. E' assurdo, sono andata lì apposta per vedere la partita: sono uscita di casa, ho pensato a coordinare la gonna nera con una maglietta bianca proprio in occasione del match, eppure alla fine non ho idea di chi abbia vinto. Nella testa ho solo il ronzio delle sirene e sulla maglietta bianca, scelta appositamente, delle macchie rosse di sangue. 

Macchie di sangue
Da quelle macchioline su sfondo bianco mi saltano alla mente i segni che ho visto sul pavimento di piazza Castello, lungo tutta via Roma, fino a piazza San Carlo. Io, il pavimento di via Roma sporco di sangue, non lo avevo mai visto e non credo che lo dimenticherò tanto presto. Così come sarà difficile scordare la sensazione che ho provato quando mi sono sentita tirare per un braccio e qualcuno accanto a me ha gridato: «Corri!». Corri? Dove? Cosa stai dicendo? Non avevo capito nulla. Ero concentrata, come tutti del resto, a guardare la partita: la Juve stava perdendo 3 a 1, ma francamente era una bella serata: il clima era mite, c'era un'atmosfera positiva e  la voglia di vincere era tanta. Già mi immaginavo di tornare a casa e scrivere un bel pezzo su come il calcio unisca le persone e invece qualcosa di imprevedibile è successo.

Finale di Champions League 2017 in piazza San Carlo

Finale di Champions League 2017 in piazza San Carlo (© Adele Palumbo)

La psicosi collettiva
Forse un crollo, un colpo improvviso, un rumore forte e la gente ha iniziato a correre, disordinata, frenetica, cieca e senza alcun controllo. La paura è passata di bocca in bocca in meno di un secondo e ha pervaso tutta la piazza. Il motivo? Non si sapeva, ma la fantasia in quei momenti corre veloce. La mia, perlomeno, è andata velocissima. «Corri» e immediatamente ho pensato a un furgone impazzito che puntava sulla folla. «Corri» e nella mia testa qualcuno imbracciava un fucile. «Corri» e un ordigno esplodeva. Questo è il mondo in cui vivo. Un mondo di terrore, un mondo di terrorismo. Ma sono anche una persona razionale e, passato lo spavento inziale, ho realizzato che non avevo sentito esplosioni, nè visto fumo o avvertito il rombo di un motore. Ho solo sentito la paura della gente: l'ho palpata, l'ho toccata con mano, l'ho respirata e ho percepito la sua forza. Una forza tale da sbattermi a terra, da pestarmi, da passarmi sopra senza guardarsi indietro. La paura aveva preso il sopravvento sulla folla, ma il nemico non c'era.

La folle corsa
«Corri» continuavano a ripetere intorno a me. E allora ho corso. Il cuore in gola, le mani che tremavano e persone ferite e spaventate tutte intorno a me. Mi sono rifugiata sui gradini della chiesa di piazza San Carlo, poi la calca mi ha spinto in piazza CNL dove ho trovato un agente con cui avevo chiacchierato prima della partita. La divisa mi ha in qualche modo rassicurata, ma nemmeno lui ha saputo dirmi cosa stesse succedendo attorno a noi. Il poliziotto allora mi ha indicato i feriti, tanti, radunati vicino al posto di blocco, per lo più tagliati dalle bottiglie o lesi dalla furia della folla che li ha travolti. Le ambulanze non riuscivano a far fronte alla situazione, del resto come potevano, una mole di feriti del genere non era assolutamente prevedibile. Guardandomi intorno poi non riuscivo a capacitarmi che tutta quella paura non avesse un movente. Eppure era così. Era la paura del ricordo di Nizza, di Manchester, del Bataclan, tutta concentrata in una sola folla che scappa per salvarsi la vita da un nemico invisibile. La stessa paura per cui a Cardiff si è giocata una partita sotto un cielo senza stelle, per timore di attacchi terroristici. Una paura che si è radicata a tal punto nel nostro subconscio da farci scattare come molle non appena sentiamo un botto.

Finale di Champions League 2017 in piazza San Carlo

Finale di Champions League 2017 in piazza San Carlo (© Adele Palumbo)

Il dopo partita
Anche la luna in piazza San Carlo era coperta ma le grida si alzavano lo stesso forti verso il cielo. Chi aveva perso la fidanzata, chi il figlio, chi gli amici; ricordo chiaramente una sfilza infinita di nomi gridati all'aria. I cellulari non prendevano e tanti erano rimasti soli, spaventati e confusi. Una sensazione di impotenza micidiale quella che viene nel momento in cui si resta soli e non si riesce a mettersi in contatto con nessuno. Oggi poi non serve più imparare a memoria i numeri di telefono di parenti e amici, dopotutto che bisogno c'è? Abbiamo lo smartphone sempre con noi, quasi fosse un'emanazione del nostro stesso corpo, ma cosa succede se la folla impazzita ti strappa via il tuo prezioso cellulare dalle mani, se questo viene pestato e distrutto, se centinaia e centinaia di persone cercano di chiamare nello stesso momento e perciò tutte le comunicazioni si bloccano? Ti ritrovi naufrago su un'isola deserta, ecco cosa succede. 

Scarpe, scarpe ovunque
Quando la situazione si è calmata sono tornata in piazza San Carlo e quello che ho visto mi ha lasciata ancor più senza parole: una distesa di cocci di bottiglia, zainetti, borse e scarpe, tantissime scarpe, si è aperta davanti ai miei occhi. Un panorama davvero difficile da descrivere. Immaginando tutte quelle persone che, scappando, avevano perso le scarpe ho raggiunto il posto di blocco delle forze dell'ordine posizionato sotto il maxi schermo e lì ho visto la gioia delle persone che dopo ore si ritrovavano e la disperazione di quelli che non sapevano come tornare a casa, che avevano perso gli amici o i bambini. Un agente scandiva i nomi di una lista al megafono e, ogni tanto, si assisteva a un'esplosione di gioia incondizionata quando i dispersi si riabbracciavano. Spesso però quei nomi restavano a galleggiare nell'aria e il pensiero andava agli oltre 500 feriti che, contemporaneamente, raggiungevano gli ospedali.

Finale di Champions League 2017 in piazza San Carlo

Finale di Champions League 2017 in piazza San Carlo (© Adele Palumbo)

Il ritorno a casa
Tornando verso casa ho parlato con le persone che, come me, hanno vissuto la paura di questa notte: una ragazza ferita alla gamba mi ha raccontato di aver chiesto asilo a casa di una signora che abita in piazza San Carlo; un giovane uomo, andato a vedere la partita con i nipotini, si è rifugiato dentro il cinema Lux, perdendo di vista il resto della famiglia; una donna non trovava più la sua amica e tutti i suoi effetti personali; un ragazzo, in trasferta a Torino con il suo gruppo, è rimasto solo e, ferito, stava cercando di tornare al suo albergo... Così via, tutte le storie si assomigliano tra loro, raccontate con un groppo in gola e le lacrime agli occhi, tutte accomunate dalla ferocia di quella folla che corre e, irrazionalmente spaventata, travolge tutto. All'indomani di questa notte di terrore restano aperti ancora tanti interrogativi. Viene da chiedersi come ci siano arrivate lì tutte quelle bottiglie di vetro se ogni tifoso è stato perquisito prima di entrare? Quale fosse il piano di sicurezza per una piazza che, per l'occasione, si è gremita di oltre 50mila persone. Mi domando infine chi abbia vinto stasera. La risposta è una sola: stasera ha vinto la paura.