26 settembre 2017
Aggiornato 11:00
Mense

Caos mense: tra panini banditi e polemiche, cosa devono aspettarsi i genitori? 

E' vero che da settembre sarà vietato portare a scuola il pranzo preparato a casa? Cerchiamo di dare risposta a questa e ad altre domande grazie all'aiuto dell'avvocato torinese Giorgio Vecchione, in prima linea al fianco dei genitori nella battaglia contro l'obbligatorietà delle mensa

Mensa scolastica a Torino (© Diario di Torino)

TORINO - L'estate sta finendo, tra poco i più piccoli faranno ritorno tra i banchi di scuola e, con loro, tornerà alla ribalta anche il tema della mensa scolastica e del suo antagonista per eccellenza, il nemico giurato: il pasto da casa. Cos'è cambiato rispetto all'anno scorso? E' vero che da settembre sarà vietato portare a scuola il pranzo preparato a casa? Continueranno le polemiche sull'acqua nelle caraffe, negate a chi avrà l'ardire di non scegliere il sistema di refezione scolastica? A queste e ad altre domande abbiamo cercato di dare una risposta grazie all'aiuto dell'avvocato torinese Giorgio Vecchione, in prima linea al fianco dei genitori nella battaglia contro l'obbligatorietà delle mense. 

PANINO -  La discussione si fa particolarmente vivace attorno al ddl n. 2037, presentato nel 2015, e tornato ora sotto i riflettori grazie a un emendamento che, di fatto, vieterebbe definitivamente la possibilità di portarsi il pranzo da casa a scuola, rendendo di conseguenza obbligatoria la partecipazione alla mensa. Con una riga all'articolo 5 verrebbero quindi spazzate via tutte le battaglie fatte durante lo scorso anno affinchè le famiglie potessero ottenere la libertà di provvedere da sé al pasto dei propri figli. Ma puntualizziamo subito che il ddl lunge dall'essere ancora legge e perciò non si preoccupino i genitori: a settembre sarà ancora possibile dare ai bambini il pranzo preparato a casa. 

TAVOLI E CARAFFE - Il "panino" resta. Permaranno anche i medesimi problemi dello scorso anno? Per cui ad esempio, in alcune scuole di Torino, i bambini si vedevano negare l'acqua delle caraffe ed erano costretti a provvedere da soli allo smaltimento dei propri rifiuti? Pare di no. La "questione caraffe", riempite di acqua pubblica (è bene ricordarlo) pare essere stata appianata e lo stesso valga per i rifiuti e per la pulizia del refettorio, di cui si fanno carico gli operatori della mensa, in egual misura per tutti i bambini. Discorso diverso deve essere fatto invece per quanto riguarda l'organizzazione logistica di coloro che non usufruiscono della mensa. Dove devono sedersi i "bambini panino", così come vengono volgarmente chiamati? E' stato questo uno dei nodi più discussi lo scorso anno. Dall'Asl 1, a cui è stata chiesta più volte una ragione del perchè i bambini che si portano il pranzo da casa dovrebbero mangiare in un tavolo diverso dagli altri, tutto tace. Nessuna risposta da febbraio. «Anche durante il momento della merenda, in cui i bambini logicamente hanno con sé cibi differenti, possono avvenire degli scambi», spiega l'avvocato Vecchione, «Sta agli insegnanti monitorare affichè questo non avvenga, esattamente come durante il tempo mensa». 

IMPRESE - Un ddl che fa discutere anche perchè ricorda davvero troppo da vicino un discorso tenuto il 12 giugno 2015 da Carlo Scarsciotti, presidente di Angem (Aziende della ristorazione collettiva e servizi vari), amministratore unico dell'osservatorio che riunisce sette grandi aziende della ristorazione, nonchè  vicepresidente di Food Service Europe. Vale a dire che la normativa, che include tutti i tipi di mensa, non solamente quella scolastica, muove interessi importanti per le aziende. Parliamo di un giro di affari di circa 1,25 miliardi di euro all’anno per due milioni e mezzo di studenti (dati Anci). Viene perciò naturale chiedersi se sia davvero in discussione il principio per cui «i bambini devono mangiare tutti allo stesso modo, altrimenti viene meno il principio di uguaglianza» o se piuttosto non si tratti di una questione squisitamente economica. «Questo disegno di legge è incostituzionale e viene mosso dalla mano occulta delle grandi aziende della ristorazione. Nemmeno tanto occulta», tuona Vecchione che, già nel giugno 2016 ha presentato ricorso alla Corte d’appello di Torino per conto di 58 famiglie contro l'obbligatorietà del servizio mensa. Una sentenza che, poco più di un anno fa, aveva fatto scalpore, dichiarando che «subordinare il diritto all’istruzione all’iscrizione a servizi a pagamento come la mensa viola l’articolo 34 della Costituzione», ma che ora sembra minata dal nuovo ddl.