20 maggio 2019
Aggiornato 02:00
Appendino

Appendino indagata già ascoltata dai pm: «Abbiamo agito nell’interesse della città»

E’ terminato in serata l’interrogatorio alla prima cittadina da parte dei pm Enrica Gabetta e Marco Gianoglio. Nei prossimi giorni saranno sentiti anche l’assessore al Bilancio Sergio Rolando e Paolo Giordana, il capo di Gabinetto di Appendino
La sindaca Appendino all'uscita dalla Procura
La sindaca Appendino all'uscita dalla Procura ANSA

TORINO - Ha chiesto e ottenuto di essere ascoltata subito la sindaca Chiara Appendino. Per quasi quattro ore ieri, a partire dalle ore 16.40, è stata in Procura con i pm Enrica Gabetta e Marco Gianoglio a cui ha raccontato la sua versione chiarendo la sua posizione e mostrato la documentazione: «Sono venuta qui per chiarire quali sono i fatti», ha detto serenamente all’uscita quando ormai erano le ore 20 passate, «abbiamo piena fiducia nella magistratura anche perché abbiamo agito nell’interesse della città. Con i pubblici ministeri è stata una chiacchierata corretta in cui abbiamo esposto i fatti alla luce di come abbiamo lavorato nell’ambito dell’approvazione del bilancio e tutto l’iter conseguente. Ho scelto di venire qui proprio perché non abbiamo nulla da nascondere».

GIORDANA E ROLANDO - Con la prima cittadina erano presenti, oltre agli avvocati, anche l’assessore al Bilancio Sergio Rolando e Paolo Giordana, il capo di Gabinetto di Appendino. Loro due dovranno aspettare i prossimi giorni per essere ascoltati in Procura perché ieri non c’è stato tempo. Entrambi quando sono usciti con la sindaca erano sereni nonostante l’avviso di garanzia ricevuto in mattinata con l’accusa di falso in atto pubblico per la questione ex Westinghouse.

COSA RISCHIA - Il codice penale parla chiaro all’articolo 479: «Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell'articolo 476». Tradotto, il reato, in caso di condanna, prevede una pena che va da un anno a sei anni di reclusione, mentre nell’ipotesi più aggravata si va dai 3 anni ai 10 anni.