13 dicembre 2018
Aggiornato 12:30

Eventi a Torino, gli spettacoli da non perdere dal 6 al 9 marzo

Accadrà davvero di tutto sui palchi dei teatri cittadini. Dalla commedia, alle storie drammatiche passando per l'arte e la storia. Ecco che cosa vi attende e come fare per non perdere il meglio
Torino, gli spettacoli da non perdere dal 6 al 9 marzo
Torino, gli spettacoli da non perdere dal 6 al 9 marzo (ANSA)

TORINO – Drammi, commedie, appuntamenti con la storia, racconti di donne e di uomini coraggiosi. Ecco qualche consiglio per non lasciarsi sfuggire i momenti più interessanti nei teatri torinesi.

A teatro
Al Teatro Gobetti, da martedì 6 marzo, in scena «Il ballo». Antoniette è una quattordicenne, figlia di una coppia di ebrei arricchiti, vessata e umiliata dalla madre, che la esclude da un sontuoso ballo, che dovrebbe sancire la consacrazione sociale della donna. E allora la ragazzina si vendica crudelmente. Sonia Bergamasco interpreta una favola nera della Ne'mirovsky, spietata come puo' essere la storia della scrittrice, morta ad Auschwitz, odiata da una madre egoista e narcisista, che le sopravvivrà e finirà serenamente la propria vita a Nizza, in Francia.

Lupin sul palco
Al Teatro Astra, da martedì 6 marzo, in scena «Io Me e Lupin». Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo più famoso del mondo, è tornato. E non è solo, con lui ci sono anche Jigen, Goemon e Margot. Eppure non siamo in un racconto di Maurice Leblanc, in un manga o in un cartone animato: siamo qui e ora. Ma come è possibile oggi in teatro, essere borseggiati proprio da Lupin in persona. Perché quando non si sa più come sbarcare il lunario, non si vede altra via d’uscita che mettere su una banda di ladri. Senza tralasciare una certa classe e una certa esigenza artistica. Perché dunque non ispirarsi a uno dei propri eroi d’infanzia: lui, Lupin? E la cosa sembra funzionare bene, anzi forse fin troppo bene, fino a sfuggire di mano. E il gioco alla sopravvivenza di quattro sprovveduti diventa una moda così diffusa da costruire una sorta di realtà alternativa. Come uscirne? Quanto siamo condizionati nelle nostre azioni? Ciò che ci piace, ci piace davvero o ce lo facciamo piacere? E noi stessi, siamo ciò che siamo oppure diventiamo ciò che è necessario? E quanta consapevolezza c’è, e quanta ne serve per riconoscere i condizionamenti che subiamo? E cosa succederebbe se le mode prendessero ufficialmente e definitivamente il sopravvento? Queste le domande che sottendono la nuova, esilarante commedia dei giovani cresciuti artisticamente tra Onda Larsen e TPE, promossi definitivamente quest’anno tra le nuove produzioni della Fondazione.

Comicità
Al Teatro Alfieri, da mercoledì 7 marzo, Enrico Brignano in «Enricomincio da me». Fuoriclasse del teatro italiano, compie 30 anni di carriera e 50 di vita, un doppio anniversario che pone le basi per la genesi di questo nuovo allestimento. Varcato il traguardo del mezzo secolo, a 50 anni tondi tondi, Enrico Brignano non smette di farsi domande. Si chiede se ciò che è diventato è stato il frutto consapevole delle scelte fatte, un disegno del destino oppure semplice casualità. Brignano intraprende un viaggio nel tempo, con un’attenta analisi di eventi passati, ritrovando vecchie conoscenze, strane figure forse ombre o forse realtà; rinfrescando brani storici della sua comicità, si pone di fronte a bivi da ripercorrere prendendo una strada diversa da quella già fatta per scoprire dove lo avrebbe condotto. L’attore romano riparte dal principio, dal palcoscenico per darsi la possibilità di guardarsi dentro, di ritrovarsi e rinnovarsi guardando al future che gli si prospetta davanti e poter dire a sè stesso: stavolta «Enricomincio da me». Uno spettacolo di Enrico Brignano, scritto con Mario Scaletta, Riccardo Cassini, Manuela D’Angelo, Massimiliano Giovanetti e Luciano Federico.

Danza
Mercoledì 7 marzo alle 21 il palcoscenico del Teatro Erba ospita lo spettacolo «Dancing New York» che vede protagonisti i danzatori dell’Adriana Cava Jazz Ballet. Ideazione e coreografia sono di Adriana Cava e Enzo Scudieri. Il pubblico è coinvolto in un viaggio virtuale che accompagna il pubblico per le strade della grande mela, ripercorrendo luoghi divenuti mitici come Central Park, Ground Zero, il Village, attraverso le tipiche atmosfere newyorkesi che hanno reso la città un simbolo della moda e delle arti e dell’avanguardia nel mondo. Sfrecciando sulle rotaie di una immaginaria «highline» lo spettacolo attraversa la città da down town a up town svelando gli angoli più nascosti di una città magica in un racconto senza parole dove i corpi danzanti si muovono sulle note delle canzoni che hanno reso indimenticabile la città. 

Storie a teatro
Al Teatro Colosseo, giovedì 8 marzo, Federico Buffa presenta «A night in Kinshasa». Un racconto per entrare con parole ed emozioni nel match di boxe del millennio, lo scontro fra Muhammad Ali e George Foreman per il titolo mondiale dei pesi massimi, avvenuto il 30 ottobre 1974 a Kinshasa. Un incontro che non è un semplice evento sportivo, ma è simbolo di pace e di riscatto. Ali torna nella terra dei suoi avi, dei suoi fratelli neri, in un paese oppresso dalla dittatura. Sta nelle strade, incontra i bambini. Decide di trasmettere quello che ha visto ai neri d'America, agli emarginati, a chi senza sussidi ha perso coscienza di sé. Federico Buffa il noto giornalista di Sky, tra i massimi esperti italiani di basket, guida lo spettatore in una narrazione sincopata, tenuta sulle corde da una serrata partitura musicale eseguita dal vivo.

Totò in teatro
Da giovedì 8 a domenica 11 marzo  (giovedì a sabato alle 21  e  domenica alle 16)  è in scena al Teatro Erba «In arte... Totò», viaggio nel mondo poetico e musicale di Antonio de Curtis con Enzo Decaro. Il testo è opera di Liliana de Curtis e Enzo Decaro, suoni e musiche di scena sono firmate da Riccardo Cimino. È una produzione Enzo Sanny, in collaborazione con Associazione Antonio de Curtis, in arte Totò/Signore & Signori. Un grande genio del teatro italiano moriva cinquant’anni fa. Totò è il nome con cui tutto il mondo lo conosce e lo ricorda. Una vita da doppio: Totò la maschera, e il Principe Antonio De Curtis, «quello serio, una persona per bene» diceva lui. Nato a Napoli nel rione «la Sanità» dove ha conosciuto la miseria più nera, proprio lì, dove tra la vita e la morte non c’è una separazione netta ma piuttosto lo stare l’una accanto all’altra. Lo ricorda oggi, in un omaggio alla memoria di questo grande artista nel cinquantesimo della sua morte, un altro napoletano doc, Enzo Decaro, uomo e attore elegante nei modi e nell’aspetto, legato alla figura di Totò/Antonio De Curtis e profondamente pervaso da quell’enorme fascino e spessore interiore che egli aveva. In scena c’è un leggio, c’è la «Scrivania», c’è uno schermo con le immagini soprattutto dell’ultimo Totò che parla di Pasolini e di Fellini. Le immagini della figlia Liliana, testimone del dolore del padre perché non si sentiva riconosciuto per quel che veramente era. Ma c’è anche il «Pensatoio», quell’angolo misterioso della casa in cui il Principe si rintanava per ore a parlare, a registrare sul suo magnetofono e a buttar giù pensieri sui tanti fogli di carta che sua figlia Liliana ha conservato con grande amore. Quell’angolo di casa riservatissimo, dove la genialità poteva librarsi liberamente per prendere le forme più inattese. Con grande maestria ed eleganza, su un palco pressoché spoglio, quasi volendo farsi piccolo di fronte al Genio, Enzo Decaro ci mostra attraverso un profondo studio introspettivo, un minuzioso lavoro fatto di emozioni e vibrazioni, poiché la famosissima maschera napoletana di Totò, aveva dietro, avanti, sopra e dentro di sé un grande genio creativo ed un uomo di eccezionale sensibilità e di intenso spessore culturale. Lo dimostrano anche le testimonianze scritte di suo pugno, i pensieri, le canzoni accennate, le poesie incompiute, le registrazioni audio, alcune delle quali inedite, fornite dalla famiglia che le ha custodite per tutti questi anni. 

Donne
Giovedì 8 marzo al Teatro della Concordia di Venaria Reale, alle 21, in scena Donne. Donne rappresenta il percorso di emancipazione dell’universo femminile nel Novecento italiano e narra sia avvenimenti che hanno interessato tutto il mondo femminile sia storie di singole protagoniste che hanno affrontato, con coraggio, stereotipi e pregiudizi. Due donne si ritrovano in una stanza del tempo dove vengono catapultate all’inizio del Ventesimo secolo. Parte così il loro viaggio avventuroso nella storia italiana: dalla vita agricola degli anni Quaranta all’arte di arrangiarsi della Seconda Guerra, dall’attività di Partigiane al referendum per la Repubblica, dall’abolizione della Legge Merlin al Boom Economico, toccando inoltre temi come istruzione, lavoro e matrimonio. L’opera utilizza l’ironia e si avvale di una messa in scena semplice: un grande baule dove sono custoditi gli oggetti e i vestiti che segnano ogni tappa narrativa. La cassa stessa non è solamente un contenitore ma si trasforma a seconda delle situazioni affrontate: diventa così treno della speranza quando giovani immigrate, partite dalla Sicilia, cantano in attesa di arrivare alla stazione di Porta Nuova, o diventa piazza in cui l’opinione pubblica racconta gli scandali che hanno spesso contribuito a liberare la donna da falsi moralismi. Il registro ironico lascia spazio però alla cronaca quando l’opera si sofferma sui numerosi casi di violenza domestica che le donne ancora subiscono nella società odierna. Un esempio fra tutti sarà il caso di Lucia Annibali, sfregiata dall’acido per un atto punitivo organizzato dal suo ex-fidanzato.

Ale e Franz a teatro
Al Teatro Colosseo da venerdì 9 marzo, in scena Ale e Franz, nel nostro piccolo. Il punto di partenza, le tappe di un percorso, l'ambizione di una condivisione. Gaber e Jannacci sono tutto questo per Ale e Franz. Sono il racconto di un mondo visto dalla parte di chi ha il coraggio di vedere dentro la vita degli altri. Raccontare le piccolezze, le sconfitte, le paure di tutti i giorni. Sono la scintilla da cui vedere l'uomo come il centro di tutto e conoscere il suo mondo. Un mondo, sofferto e gioioso, colorato e grigio, ma sempre reale e abitato da persone uguali a noi. Ale e Franz, amatissimi protagonisti di tanti spettacoli al Teatro Colosseo, portano in scena tutto questo per mostrare al pubblico quanto il contributo di Gaber e Jannacci sia stato importante per loro e per tanti altri artisti.

Arte i teatro
Al Teatro della Concordia di Venaria Reale, venerdì 9 marzo, alle 21, Ennio Marchetto in «Carta canta». Attraverso costumi di carta Ennio Marchetto con «Carta canta» dà vita a uno spettacolo che è una vera Babilonia di musica, teatro e creatività. Il suo spettacolo non ha confini, piace ovunque, a un pubblico assolutamente eterogeneo. Non è facile spiegare cosa esattamente succeda durante un suo spettacolo. Ci sono dei costumi di carta che raffigurano grandi cantanti e grandi personaggi italiani e stranieri; dietro c’è lui, straordinario performer, a dar vita a questi costumi ripetendo movenze e tic di questi personaggi, rendendo tutto esilarante. Ma «Carta canta» non è soltanto questo. Come per i più grandi trasformisti, la forza dello spettacolo consiste nella straordinaria velocità con cui Ennio Marchetto muove i costumi, li apre, aggiunge particolari disegnati e parrucche di carta, dando vita a uno spettacolo unico nel suo genere, un'autentica Babilonia percettiva di musica e teatro.

Storie di donne coraggio
Al Teatro Ragazzi e Giovani, da venerdì 9 marzo, in scena «L'Antigone 3.0 l'esse madre». Eleonora Frida Mino porta in scena due storie di mafia al femminile. Carolina Iavazzo fu la suora che restò accanto a Padre Pino Puglisi (vittima di mafia nel 1993) condividendo con lui speranze e lotte nel quartiere Brancaccio di Palermo. Donna dal cuore ardente, si distinse nella volontà ferma di strappare bambini e ragazzi dall’abbraccio di Cosa Nostra. Per molti di loro, divenne una dolce figura materna. Giovanna Cannova è invece la madre di Rita Atria, giovanissima collaboratrice di giustizia suicidatasi il 26 luglio 1992 in seguito all’omicidio del giudice Paolo Borsellino. Legata al codice mafioso e a un malinteso senso dell’onore, Giovanna Cannova non accetterà mai la coraggiosa scelta di giustizia della figlia, la rinnegherà e arriverà a profanare la tomba della giovane.

Commedia
Al Teatro della Caduta, da venerdì 9 marzo, alle 21, in scena «Folliar». Un duo di attori milanesi che costruiscono i loro spettacoli dentro una ferramenta, la «Ferroteca» di Sesto San Giovanni, proprietà del padre di Paola Tintinelli, ispirazione delle scenografie della Compagnia Astorri Tintinelli, da sempre amatissima dal Teatro della Caduta che ne ha programmato nel tempo molti spettacoli. Ed ecco in prima regionale il nuovo «Folliar», venerdì 9 e sabato 10 marzo nell’ambito della stagione programmata da Massimo Betti Merli e Loredana Senestro. Un capocomico e il suo mimo (che si chiamano tra loro zio e cugino) entrano in scena in camicia e mutande, sono male in arnese. Il primo è cieco e indossa occhiali neri e smoking di beckettiana memoria, il secondo è in bretelle e bombetta. I due non si capiscono ma provano, provano uno spettacolo di cui non si trova il senso né sul palco né in platea. Uno spettacolo che è una vera e propria follia teatrale, fra risate e dramma, fra la tragedia e l’ironia di due personaggi che distruggendosi distruggono il senso stesso del teatro. Paola Tintinelli è bravissima nel suo essere giocoliere goffo e testardamente alle prese con l’illusione, Alberto Astorri è governato da una rabbia svagata, il suo personaggio non sa mai in che posizione stare, produce visioni angoscianti inframmezzate da battute su ciò che è avanguardia – o passa per tale – ed è quindi à la page. Finché, entrato nel cerchio della vera finzione teatrale reciterà un paio di brevi stralci del monologo di Re Lear di Shakespeare. Però con un piatto di spaghetti che gli cola sulla testa, ridicolo e doloroso, comico e funesto. Astorri e Tintinelli, orgogliosamente indipendenti, sono una delle realtà più interessanti del panorama nazionale, e questo spettacolo appare urgente nelle domande sull’arte, sull’uomo, su fallimenti e ricerche, sulla caparbietà necessaria per essere attori.

Storia e teatro
A Bellarte, da venerdì 9 marzo, alle 21, in scena «Immacolata concezione». Sicilia, 1940. Concetta viene barattata con una capra gravida dal padre, caduto in disgrazia. Viene affidata a Donna Anna, tenutaria del bordellodel paese. La ragazza, estranea ai piaceri della carne, non oppone nessuna resistenza ma ben presto la sua fama raggiunge tutto il paese, anche se nessuno sa di preciso quali piaceri regali agli uomini. «Immacolata concezione» è la storia di un microcosmo siciliano fatto di omertà, violenza e presunzione, ma anche di quell’autenticità tipica dellacarnalità isolana. Quella di Concetta è una figura emblematica. Come un’antica vestale la sua immagine appare sacra, ma le sue attenzioni carnali di pubblico dominio. Concetta si trasforma nell’oracolo, nell’altare divino, nell’immaginetta da venerare, su cui piangere, pregare e ridere. Ma al tempo stesso la sua verginale sensualità la protegge dal mondo esterno, isolandola da tutto il resto.
Concetta dimostra che quando si ha il coraggio di mostrare le crepe dell’animo, tutte le cicatrici diventano l’opera d’arte più bella.