20 novembre 2018
Aggiornato 16:30

Torino, il vino e il mondo delle start up: intervista al fondatore di Winelivery

Abbiamo incontrato Francesco Magro, fondatore di Winelivery, il servizio di consegna di vino, birra e cocktail a domicilio. Come hanno reagito i torinesi a questa novità? Glielo abbiamo chiesto prima che tenesse una lezione a Economia
I fondatori di Winelivery, Francesco Magro e Andrea Antinori
I fondatori di Winelivery, Francesco Magro e Andrea Antinori (Winelivery)

TORINO - Che Torino faccia rima con vino e che i torinesi siano storicamente amanti del nettare degli dei è cosa risaputa. Ma avere a propria disposizione una cantina con centinaia e centinaia di etichette a portata di click, è davvero una novità spiazzante. Eppure, da due mesi a questa parte, è quanto accade all’ombra della Mole grazie a Winelivery, il servizio di «vino a domicilio» di cui vi avevamo parlato qualche settimana fa. Visto il forte interesse suscitato dall’argomento abbiamo incontrato Francesco Magro, fondatore di Winelivery, pochi minuti prima che tenesse una lezione davanti a centinaia di studenti della Facoltà di Economia. Come hanno reagito i torinesi a questa novità? Come si crea una start up vincente? Tra un calice di Barolo e una birra artigianale, ecco cosa ci ha raccontato.

- Sono passati poco meno di due mesi dall’arrivo di Winelivery a Torino. Un primo bilancio sulla vostra attività della Mole, come hanno risposto i torinesi?
Per ora i risultati sono ottimi. E’ cresciuta più velocemente di quanto era partita a Milano e sta facendo meglio di Bologna, città aperta tre mesi prima di Torino. Siamo soddisfatti sia dal punto di vista di quanti clienti ci conoscono che dal punto di vista di quanto si affezionano a noi. Un sacco di persone ci scelgono più di una volta. E’ per questo motivo che abbiamo modificato l’orario: prima il servizio iniziava alle 17:00, ora siamo aperti già dalle 11:00. Torino ci sta piacendo molto.

- Qual è il vostro target di pubblico torinese? 
Generalmente abbiamo tre segmenti principali: il 40% sono giovani professionisti, persone tra i 25 e i 35 anni che hanno una vita frenetica e ci utilizzano quando tornano a casa. Ci sono poi i giovani, gli studenti. Ci utilizzano in situazioni conviviali. Poi abbiamo il pubblico dei winelover, persone che indipendentemente dall’età cercano prodotti ricercati e li trovano da noi che offriamo prodotti di nicchia e particolari.

Il sito di Winelivery

Il sito di Winelivery (© Winelivery)

- Avete un’idea di quali sono i vini più richiesti qui a Torino? 
In questa fase iniziale è difficile, ma abbiamo etichette che vanno forte come il prosecco. Dipende anche dal periodo: la stagione va verso il caldo e sono i bianchi e le birre ad andare per la maggiore.

- C’è un vino piemontese che non avete ancora nella vostra enoteca e che vorreste? 
No, perché la vocazione di winelivery è quella di valorizzare il piccolo produttore e l’eccellenza del territorio. La nostra filosofia è meno grandi nomi e più qualità, noi dobbiamo convivere con i grandi brand. Se devo farti un nome di un produttore che vorrei avere a bordo ti direi Gaia. E’ vero che è famosissimo, ma è sinonimo di altissima qualità piemontese. 

- Winelivery è un nome che lascia intendere subito qual è la vostra identità, ma non siete solo vino. Fornite anche birra e cocktail: come vi è venuta quest’idea?
L’idea è nata da subito: già nel 2016 abbiamo subito provato a inserire i kit. L’abbiamo «presa» dall’America. La nostra innovazione sono invece i monodose, che stanno andando molto bene. Non è una nostra creazione ma è l’opera di NIO, con cui abbiamo fatto una partnership. Si tratta di un’idea molto da weekend, quando ci consumano in compagnia: diamo la possibilità anche a chi non vuole bere vino di avere un’alternativa.

- Volevo chiedervi le vostre prospettive future. Torino è solo uno degli step dell’espansione di Winelivery.
Apriremo a Firenze prima dell’estate, poi ci concentreremo su altre due città: Verona e Padova. L’obiettivo è concentrarsi sul mercato italiano ma stiamo trattando con un imprenditore torinese per esportare questo modello in Germania, Austria e Svizzera. Noi vorremmo andare con un prodotto italiano a vendere il nostro vino. 

La lezione tenuta alla Facoltà di Economia di Torino

La lezione tenuta alla Facoltà di Economia di Torino (© Winelivery)

- A Torino c’è molta curiosità riguardo Winelivery, tanto che tra poco sarà ospite dell’Università di Economia per incontrare centinaia di studenti, immagino sia gratificante.
E’ un qualcosa che mi piace molto fare e ci capita spesso di essere invitati dalle università. Il modello Winelivery è particolare, perché unisce in un’unica azienda tre trend del momento: la consegna a domicilio, il food and beverage di qualità e la vendita online e attraverso app. Sono temi che un imprenditore che oggi vuole entrare nel mercato del lavoro deve conoscere. Per noi è positivo questo interesse. Noi siamo una delle poche start up che ha avuto questo successo da italiana, abbiamo fatto la campagna più grande di crowdfunding in Italia, con 550.000 euro raccolti. 

- Di cosa parlerete con gli studenti torinesi?
In una prima parte della lezione parleremo della storia di Winelivery, del percorso (come funziona) e ci focalizzeremo nel fare un esercizio: il business model canvas, un tool utilizzato quando hai un’idea in testa. Serve a capire criticità e potenzialità. «Siamo al giorno uno, facciamo insieme il business model canvas di Winelivery». E’ questo che faremo oggi.

- Oggi tutti avviano start up. Quanto è difficile trovare una propria stabilità in questo mondo? 
Il motivo per cui oggi parleremo all’università è questo. Siamo stati bravi e fortunati a stabilizzare un’idea. Un’idea, quella della consegna di alcolici a domicilio, che in realtà è tra le più startuppate nel mondo. Quello che non è facile è industrializzare l’idea e il progetto. Io dico spesso: «L’idea non vale nulla». E sapete perché? Perché la parte difficile è farla funzionare.

- C’è qualcuno che prima del successo vi ha detto «siete dei pazzi»?
Sì e continuano a dircelo. Però poi gli abbiamo mostrato i risultati della raccolta. Io, personalmente, per più di un anno mi sono preso del pazzo quando mi sono licenziato dal precedente lavoro.

Cosa consiglierebbe oggi a un ragazzo che vuole portare avanti un suo progetto?
Di parlare il più possibile della sua idea e di buttarsi. Non siamo più nel mondo in cui ti trovi un lavoro e lo tieni per tutta la vita. E se vuoi che abbia successo devi mettere tutto te stesso: all’inizio è sempre tanto dura. Abbiamo iniziato in due e ora siamo in sedici, ma il primo anno è stato un bagno di sangue. Per un anno ho lavorato sette giorni su sette, diciotto ore al giorno. Ora sono felice.