16 agosto 2018
Aggiornato 19:30

Torna a vivere l’ultramaratoneta che ha visto la morte in faccia durante la Yukon Arctic Ultra

La sua vittoria più grande è quella ottenuta all’ospedale Cto di Torino a quattro mesi dal tragico incidente che per poco non gli costò la vita. “La notte dell’incidente la mia vita è cambiata, ma se sono ancora qui un motivo ci sarà”
Roberto Zanda
Roberto Zanda (ANSA)

TORINO - Sono trascorsi quattro mesi dal tragico incidente che per poco non costò la vita a Roberto Zanda, l’ultramaratoneta cagliaritano. 14 lunghe ore trascorse alla temperatura di -50° durante la Yukon Arctic Ultra, una delle ultramaratone più estreme e pericolose del mondo (al confine tra Canada e Alaska), che gli ha portato via gli arti inferiori e la mano destra. Oggi, dopo settimane di sofferenza e di fatica passate all’ospedale Cto di Torino, Roberto, per gli amici «Massiccione», è finalmente pronto a ripartire con le sue forze.  

La notte del 6 febbraio, al sesto giorno di ultramaratona sui nove previsti, a causa di allucinazioni da ipotermia Roberto aveva vagato per ore a piedi scalzi, addentrandosi in una foresta senza trovare via d’uscita. Poi finalmente i soccorsi e il ricovero all’ospedale di Whitehorse, in Canada, e il successivo trasferimento  all’ospedale di Aosta per l’amputazione degli arti inferiori. Infine, il 19 marzo, l’ultima tappa presso l’ospedale Cto.

«Sono stati mesi molto duri», ha ricordato Roberto Zanda, «e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era di alzarmi da quel dannato letto. Un vero calvario e ogni giorno sembrava più duro di quello precedente. Adesso comincia per me una nuova avventura, un’altra maratona nell’attesa di partecipare a quelle, diciamo, ‘classiche’. Perché una cosa è sicura: io non mi fermo qui. Voglio tornare a correre».  

«La notte dell’incidente la mia vita è cambiata, ma se sono ancora qui un motivo ci sarà», ha aggiunto, «certamente non ce l’avrei mai fatta senza mia moglie, che mi è stata vicino notte e giorno. Ci tengo a ringraziare i medici dell’ospedale Cto, il dottor Battiston, i chirurghi, le infermiere ed in generale tutte le persone che si sono presi cura di me in queste lunghissime settimane. Come dissi tempo fa ormai somiglio a un ‘robot’, ma poteva andare molto peggio e posso solo sentirmi fortunato. Adesso non mi resta che continuare ad esercitarmi con la mia nuova mano bionica e capire tutte le potenzialità di queste gambe, perché ho tante corse che mi aspettano».